Nichijo - Teiera in ceramica bianca
Mezzo litro è la misura di chi il tè lo prepara per sé. Due tazze: la seconda arriva mentre la prima è ancora calda, e non resta mezza teiera a raffreddarsi come accade con un modello da un litro.
Dentro c'è un cestello in acciaio a maglia fine, profondo e largo quasi quanto l'imboccatura, ed è la differenza che si sente in tazza. Le foglie in acqua triplicano di volume: in un colino stretto restano compresse e cedono una parte soltanto di quello che hanno, qui si aprono per intero. A infusione conclusa il cestello si solleva e il tè smette di caricarsi, così l'ultima tazza ha lo stesso sapore della prima.
Il formato dà il meglio con i tè a foglia intera, che in acqua occupano più spazio di quanto sembri: un oolong arrotolato o un tè bianco a foglia grande chiedono precisamente questo, un cestello che non li stringa e mezzo litro in cui distendersi. Con una foglia spezzata funziona allo stesso modo, semplicemente non è lì che si vede la differenza.
Il coperchio è in acciaio e incernierato al corpo: si ribalta all'indietro per riempire e resta al suo posto mentre versi, senza doverlo trattenere con un dito. È il dettaglio che non si valuta comprando e che si usa ogni mattina.
Diciotto centimetri di lunghezza per 10,5 di larghezza e 10,4 di altezza: entra in un pensile normale e sta su un vassoio da colazione. La ceramica è bianca opaca, senza lucido e senza decorazione, e si accompagna a qualunque tazza tu abbia già in casa. Trattiene il calore meno della ghisa, come ogni ceramica, ed è il contrappeso di un oggetto leggero da spostare e da lavare.
Questa è la teiera che resta sul piano di lavoro e si usa senza cerimonie, la stessa ogni giorno alla stessa ora: da lì viene il nome, perché nichijo in giapponese vuol dire il quotidiano.
↳ Mingei
Perché un oggetto d'uso può essere bello
Nel 1925 il critico Yanagi Soetsu, insieme ai ceramisti Hamada Shoji e Kawai Kanjiro, mise in circolazione una parola che in giapponese non esisteva: mingei, arte del popolo. Serviva a sostenere una tesi che allora suonava strana, cioè che gli oggetti fatti per essere usati, da artigiani di cui nessuno ricorda il nome, hanno un valore estetico proprio.
Il suo argomento sta in una riga: una cosa bella non deve essere rara né costosa. Può essere la ciotola in cui mangi, il tessuto che indossi, la teiera che tieni sul piano della cucina, purché sia fatta bene e serva davvero a qualcosa.
Nel 1936 aprì a Tokyo un museo per raccogliere quegli oggetti, e cent'anni dopo quella parola è ancora il modo più corto per dire perché una teiera senza decorazioni non è una teiera povera.